Renzi, da Tony Blair a quota rosa
Avrebbe potuto sbattere la scarpa sul tavolo, far valere la sua forza e i suoi numeri, minacciare Pier Luigi Bersani con le armi legittime della politica (“o mi accontenti o investo tutto su Monti e me ne vado”), sostituire al gruppo parlamentare della Camera Dario Franceschini con Giorgio Gori. E invece niente, il suo Gori (deluso e un po’ offeso) è arrivato soltanto quarto alle primarie per il Parlamento, mentre lui, Matteo Renzi, è tornato a fare il sindaco.
19 AGO 20

Avrebbe potuto sbattere la scarpa sul tavolo, far valere la sua forza e i suoi numeri, minacciare Pier Luigi Bersani con le armi legittime della politica (“o mi accontenti o investo tutto su Monti e me ne vado”), sostituire al gruppo parlamentare della Camera Dario Franceschini con Giorgio Gori. E invece niente, il suo Gori (deluso e un po’ offeso) è arrivato soltanto quarto alle primarie per il Parlamento, mentre lui, Matteo Renzi, è tornato a fare il sindaco: adesso parla poco, sembra tendere una mano a Bersani, ma di fatto si è eclissato e proprio nel momento in cui molti dei suoi sostenitori, a cominciare da Pietro Ichino, dopo essersi guardati intorno, sono andati via con Mario Monti. “Lui sbaglia a non dire nulla”, sostiene Luca Ricolfi, l’editorialista della Stampa che lo ha trattato spesso con qualche accento di simpatia. E il professore spiega: “Da cittadino avrei voluto vederlo combattere, avrei voluto che conquistasse una sua forte rappresentanza parlamentare. Ma penso pure, se provo a immedesimarmi in lui, che non abbia sbagliato. Renzi crede che il prossimo governo di compromesso storico, composto da Monti e Bersani e Vendola, non reggerà più di due anni. Ed è pure convinto che, a quel punto, caduto quel governo, toccherà a lui rilanciare il Pd. Dunque adesso aspetta, sta sull’argine del fiume in attesa che passi il cadavere del nemico”. Possibile. Ma al momento l’impressione è che Renzi si sia annullato da solo, e infatti anche il professor Ricolfi ammette che “ha deposto le armi, sembra essersi rannicchiato e arreso nel suo fortino di Firenze”.
D’altra parte la scomparsa di Renzi, nel campo delle idee e della sfida interna al Pd, oltre che nella cronaca politica di queste settimane, è nei numeri: sono solo diciassette i parlamentari certi su cui potrà contare nella prossima legislatura, quelli inseriti nel listino bloccato, quelli graziosamente concessigli dal partito di Pier Luigi Bersani. Diciassette parlamentari octroyée, concessi dal sovrano. Il resto, una trentina di candidati (pochi), quelli che hanno vinto le recenti primarie per il Parlamento, se la dovranno vedere con i concorrenti in lista, nelle urne. Risultato: meno di un decimo della rappresentanza parlamentare del Pd sarà dell’uomo che pure, alle primarie, aveva raccolto su di sé quasi il 40 per cento dei suffragi. E’ questa la “quota Renzi”, quota rosa, quota di minoranza assistita, tutelata e irrilevante: la riserva indiana nella quale è stato – e molto si è – rinchiuso l’uomo che pure aveva animato una campagna brillante e suggestiva intorno a elezioni primarie per la leadership nel paese e non nel partito, l’uomo che voleva contendere a Bersani il consenso degli elettori e non la simpatia dei militanti d’apparato, un aspirante Tony Blair che diceva “Adesso”. Ma adesso cosa?
“La politica si fa nei grandi partiti, e Renzi ha fatto bene a restare nel Pd”, dice Ricolfi. “Ed è stato anche coerente con ciò che aveva detto in campagna elettorale, quando sfidava Bersani”. Eppure, è evidente, “qualcosa non va”, dice l’editorialista della Stampa: “Dovrebbe farsi sentire, e manifestare un forte disagio alla nomenclatura ingessata del suo partito. Dovrebbe dire una cosa di questo tipo: va bene, non mi date posti e riducete i miei spazi di rappresentanza interna. Ok. Ma state ignorando anche le idee e le proposte che il mio gruppo rappresenta. Ecco, se continuate così manderete a picco il paese”. Insomma, secondo il professor Ricolfi, Matteo Renzi dovrebbe muoversi in uno spazio di “battaglia delle idee”, malgrado la politica si costruisca soprattutto nella logica concreta dei rapporti di forza. “E da questo punto di vista Bersani è stato molto intelligente – conclude Ricolfi – Ha fatto un po’ di rinnovamento, ma lo ha fatto con i suoi. E’ riuscito a evitare il rischio di un consistente manipolo di rompiscatole renziani che gli avrebbe reso complicata la navigazione con Vendola”.
“La politica si fa nei grandi partiti, e Renzi ha fatto bene a restare nel Pd”, dice Ricolfi. “Ed è stato anche coerente con ciò che aveva detto in campagna elettorale, quando sfidava Bersani”. Eppure, è evidente, “qualcosa non va”, dice l’editorialista della Stampa: “Dovrebbe farsi sentire, e manifestare un forte disagio alla nomenclatura ingessata del suo partito. Dovrebbe dire una cosa di questo tipo: va bene, non mi date posti e riducete i miei spazi di rappresentanza interna. Ok. Ma state ignorando anche le idee e le proposte che il mio gruppo rappresenta. Ecco, se continuate così manderete a picco il paese”. Insomma, secondo il professor Ricolfi, Matteo Renzi dovrebbe muoversi in uno spazio di “battaglia delle idee”, malgrado la politica si costruisca soprattutto nella logica concreta dei rapporti di forza. “E da questo punto di vista Bersani è stato molto intelligente – conclude Ricolfi – Ha fatto un po’ di rinnovamento, ma lo ha fatto con i suoi. E’ riuscito a evitare il rischio di un consistente manipolo di rompiscatole renziani che gli avrebbe reso complicata la navigazione con Vendola”.